Quello che sta succedendo nelle carceri italiane è una vergogna indegna di un paese che si definisce civile.
Un educatore, un “funzionario giuridico-pedagogico”, si è tolto la vita dentro il bagno del suo ufficio nel carcere di Cremona: è il quarto suicidio di un operatore penitenziario nel 2025.
Non è un dramma isolato, ma il sintomo di un sistema che non funziona. Sovraffollamento sistemico, carenze di organico, turni massacranti e stress emotivo devastante per chi lavora.
Le prigioni, per detenuti e operatori, sono diventate l’incarnazione di un “inferno dantesco”, come giustamente denunciato da sindacati e operatori.
Chiedo, grido, a nome di chi ancora crede in una giustizia che tutela la dignità umana: basta chiacchiere e proclami.
Ripensiamo subito le strutture e le condizioni di lavoro. Umanizziamo. Rieduchiamo per davvero e cambiamo il sistema.
Perché ogni volta che una persona si toglie la vita, educatore, detenuto o operatore, la colpa è collettiva.
La responsabilità ricade su chi avrebbe il potere di cambiare le cose ma tace.


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